TECNICA, SENTIMENTI, PLOT: il bell’inganno di HERE

(Lo affronto spaparanzato sul salotto ed appena compaiono i dinosauri subito viene in mente che videorecensione alla Ghezzi ne avrebbe potuto fare il grande Lorenzo di Corrado Guzzanti, giusto perché ho rivisto di recente Suore di menare e il Maghetto fumato)

Una living room americana ha ospitato tantissime storie, che nei secoli (da prim’ancora che la casa venisse costruita) si sono succedute in quello stesso punto di mondo, e che potrebbero sintetizzare la storia americana stessa (e di tutti gli altri popoli e luoghi) fatta di nascita e morte, amore ed odio, vittorie e sconfitte, felicità e disperazione. La MDP prende un punto di vista nello spazio e non lo abbandona mai per quasi 2 ore, lasciandosi avvicinare dai volti dei protagonisti, oltrepassare ed ignorare; non solo: l’immagine fissa viene suddivisa e smontata nello spazio del sedicinoni, assumendo l’aspetto della schermata di un PC con più finestre aperte, e attraversa il tempo accostando, sovrapponendo, facendo palleggiare le diverse storie. Un racconto che da subito quindi si mostra peculiare ed interessante, ellittico e bisognoso – agli occhi dello studio che produce – di dare riferimenti allo spettatore in questo ambizioso andirivieni temporale. Ecco il primo appunto, riferito alle diverse pedanterie che servono a chiarire, puntualizzare, aiutare chi guarda.

Here si presenta dunque come un saggio di tecnica raffinata e discorso linguistico sul mezzo che certo “acchiappa” ma che non può essere definito rivoluzionario, come alcuni stanno commentando: altre volte infatti abbiamo visto dialogare tempi narrativi differenti e analizzato il senso del trascorrere di tempo, vita, morte sulle nostre pelli.

Allo stesso modo non eccezionale ci pare lo storytelling intrecciato proposto da Here, con cui i temi vengono affrontati: sono nati una piccola nativa americana e nasce oggi la figlia della coppia protagonista, morì e fu seppellita una anziana donna in quello che oggi è il cortile (fuori campo) e la collanina che aveva al collo viene oggi ritrovata da un gruppetto di archeologi di quartiere e mostrata alla morente Rose, ormai senza più coscienza. Potremmo proseguire, parlando dei conflitti e degli amori padre-figlio, del cancro dell’alcool in un paese di impenitenti moralisti, del bisogno di affacciarsi alla modernità con la famiglia contemporanea – di colore, serviti da una maid ispanica che si ammala di covid – la cui storia pare la più sacrificata, meno chiara. In mezzo anche – dimenticavo – l’aviazione che uccide, la genialità di un inventore di sedie per vedere la TV, le feste comandate e legate al cattolicesimo di fondo di una visione borghese middle-class americana che ormai ha trovato in Tom Hanks il suo sacro alfiere.

Il film prosegue senza mai decollare ma si lascia guardare, specie per questo lavoro di comprensione ed aggancio richiesto dalle varie storie, ma ci pare si disinteressi troppo spesso di sviluppare un plot interessante, che resta debole, con personaggi insignificanti intrappolati in un flusso che vuole essere continuo e tecnologicamente soverchiante. Questo interessa a Zemeckis: l’intreccio dei livelli delle storie, non tanto la loro incisività, la loro capacità di affermarsi.

Ma nel finale la tecnica ed il senso e – mi si perdoni la franchezza, per un film cosi ricattatorio – lo smielamento prendono il sopravvento e impongono il movimento di macchina, la giravolta, l’uscita all’indietro a mostrarci la casa, il contesto, tutto quello che per secoli l’occhio e la stasi imposta dal film hanno escluso. L’emozione allora ci coglie, e non tanto per la dinamica prevedibile tra i due coniugi, l’alzhaimer della Wright e il ricordo del nastro blu francamente davvero gag mediocre – il ricatto sentimentale si compie perché è impossibile restare indifferenti al gioco del grande spettacolo americano, dove la tecnica riempie quello che le vicende non hanno saputo offrire.

E allora il film, ripeto furbescamente, ci fa uscire dalla sala inebetiti e convinti di aver visto un capolavoro. È capitato anche a me. Fino a quando non mi sono seduto al PC, una finestra aperta alla volta, per riflettere su cosa avessi visto e tirare le somme con un pizzico di lucidità in piu. E ho scritto queste righe qua.

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