SENTIMENTAL VALUE di Joachim Trier, terapia cinematografica familiare ma anche individuale

Era da parecchio che non mi immergevo in una visione con questa attenzione e partecipazione, anche se ho dovuto spezzare in due momenti, sera e pomeriggio successivo.

Una terapia familiare cinematografica, potremmo riassumere, ma davvero vogliamo limitarci ad applaudire l’eccezionale direzione degli attori, la maestria nel creare una sensazione di realtà intensissima, il tocco di Trier che sin da Oslo, 31 Agosto abbiamo imparato ad amare, senza tuttavia interrogarci un attimino anche su quello che pare scivolare con maggiore felicità nel flusso del film, vale a dire proprio il suo sentimental value, il suo proporci dei tipi e un plot che tutto sommato non presentano altrettanto carattere di eccezionalità? Perchè non è possibile negare che la seconda parte – escludendo il bel finale – risulti un pochino macchinosa, affaticata, con alcune scene gratuite, persino prevedibile nei suo snodi principali. No, è la risposta: non possiamo negare a Sentimental Value un pregio sopra a tanti altri, vale a dire questa capacità sorprendente di gestire il non detto dei rapporti familiari attraverso una scrittura precisa ed asciutta, molto efficace, e soprattutto delle interpretazioni clamorose, gestite con sapienza, ricche di sfumature, intensità, capaci di riempire quello che il dialogo e il plot giustamente escludono.

Furbo, si potrebbe obiettare. Non lontano da quel modello di polpettone familiare, mi viene una associazione forse peregrina con Ordinary people, dove però in stile hollywoodiano tutto veniva esplicitato. Qui invece siamo altrove, Ibsen e Bergman, chiarissimo: di quel canovaccio intriso di psicoanalisi il film non ha quasi nulla, solo i rimandi che sovvengono vedendolo. Dominante risulta semmai un altro pattern di emozioni, una complessità che anche quando pare scendere in quelle pieghe appunto sbagliate, perché note, vedi la tortura nazista che ha portato al suicidio della madre del protagonista, anche lì il film stupisce e vira, ecco che il copione del film nel film che Borg sta per realizzare viene letto dalla figlia minore, iniziamo a capire quanto la sua grandezza non sia storica ma contemporanea, quanto possa servire come terapia familiare collettiva ma anche e soprattutto individuale, per Gustav e Nora allo stesso tempo, tanto per quell’attore gigantesco che qui si dimostra essere Stellan Skarsgård, quanto per l’altrettanto fenomenale Renate Reinsve, questo suo personaggio che sin dalle prime scene seguiamo preoccupati possa compiere gesti estremi. Derive che non arrivano, perché questo non è Sick of Myself ma Joachim Trier – con il suo tocco, la sua eleganza, la sua grandezza.

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