Passo falso del coraggioso Mainetti con La città proibita

LA CITTA PROIBITA, opera terza di Gabriele Mainetti, a concludere un decennio esatto di nuovo cinema italiano, da quel Jeeg Robot che tanto convinse e piacque – per la penna di Guaglianone, il fumettato e citazionista basso e di genere tentato poi da altri (penso al recente Adagio di Sollima). Poi venne il salto ambiziosissimo verso il kolossal, Freaks Out, vale a dire gli X-Men nella Roma occupata dai nazisti, un concept geniale, una messa in scena sontuosa, un film con alti e bassi, non del tutto riuscito e al centro di tantissime polemiche per i costi altissimi, le possibilità immense del Mainetti di sforare il budget come nessuno mai, etc.

Ma forse la chiave per parlare del cinema di Gabriele Mainetti non è la riuscita o la tenuta drammaturgica, quanto semmai la sua forma sperimentale, ludica e stupida, la sua piccola rivoluzione. Effettiva o solamente sbandierata? Lo scrivente non ha mai saputo apprezzare fino in fondo questo modo un po’ piatto e poco audace, a guardar bene, di rielaborare i modelli altri e ibridarli con i segni, i sapori, i personaggi e il senso della Roma del cinema, di oggi e di allora. Ma intorno sento campane suonare diversamente, e allora a tratti arrivo anche io a ricredermi – pare impossibile non riconoscere il lavoro fatto su quest’arduo incontro, commistione e rielaborazione di pratiche, ed apprezzarne l’originalità, una pratica che il cinema italiano non tenta mai, non lo fa nessuno. E allora ok, accodiamoci e accettiamone i tanti, troppi difetti.

Ma nonostante la accondiscendenza critica, oggi quest’opera terza pare compiere un passo indietro, per non dire falso, rispetto ai due lavori precedenti.

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