Leoni d’oro, dove siete? La grande bruttezza de La stanza accanto di Pedro Almodovar

L’ultimo Almodovar, che avrei volentieri evitato ma il sommo premio a Venezia vinto lo scorso anno mi ha imposto la visione.

Il film americano, il primo, con star e grandi temi; sua sceneggiatura, un punto che sin dai primi dialoghi mi pare centrale; il tentativo in tante scelte registiche di far sposare il solito, ossessivo decor curatissimo e i costumi pazzeschi con una pan, un avvicinamento, insomma dei movimenti di mdp capaci di creare un sussulto e non patinare tutto sulla superficie odiosa dell’aspetto almodovariano.

Il grande limite del film sono i dialoghi: scialbi, semplici, noiosi. Con essi, il personaggio protagonista di Ingrid risulta piatto e mai soggetto a sterzate, cambiamento, evoluzione. Problema sommo del film. Anche quando tradisce la fiducia di Martha e rivela a John Turturro dell’amica e del loro patto segreto, non arriva a spingersi laddove un conflitto avrebbe potuto palesarsi e lavorare sul film. Nulla di tutto ciò. Al contrario, ci troviamo tra le mani uno script pavido nelle sue evoluzioni e ancora una volta, ahime, attento a prendersi i favori internazionali sfiorando i temi di oggi. Insopportabile risulta infatti la tirata scrittissima e pietosa di Turturro sul climate change, e ancora più odioso il personaggio del poliziotto nel pre-finale pseudo crime, così convinto della colpa di Ingrid in quanto esempio di white trash suprematista e antiaborto anti-eutanasia antiprogressisti.

Insomma, un Leone d’oro, per carità non si rifiuta a nessuno, ma quanta bruttezza.

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