Come sono fatto male! e il declino irreversibile di PTA in One battle after another

ONE BATTLE AFTER ANOTHER, ci sarebbe da dire parecchio sull’ultima chiacchieratissima e pubblicizzatissima opera di PTA o Paul Thomas Anderson che dir si voglia, ma quel che mi viene da riportare è semmai il tribolato percorso che mi ha portato non dico a vederlo ma a completarne la visione.

Si perché se a Settembre ero bello gasato e curioso di andare a vedere cosa avesse combinato il nostro, ancora una volta con un testo di Thomas Pynchon dopo la delusione di Inherent Vice, quando però è arrivato il trailer ed ho iniziato a subodorare la sòla, registrato i primi pareri negativi e notato quanto durante il tour promozionale Leonardo Di Caprio sembrasse incerto e scocciato, un sacco di parole inutili spese a salvare un film indifendibile, poi all’uscita in sala qui sotto casa a Tirana ho iniziato a tribolare, e alla fine evitato. Mi scrivevano amici: non andare, ti incazzerai. Lo so, rispondevo io, ho capito senza vedere, morettianamente. Ma poi il film mi è comparso a portata di download e allora eccoci qua, l’ho messo. E sono sincero: l’ho trovato molto, ma molto peggio di quello che temessi. E soprattutto ho impiegato la bellezza di quattro giorni, 4 sessioni di visione, ogni volta interrotte dal sonno, dalla noia o dal fastidio per quello che vedevo.

Sicuramente sono fatto male io, come sono fatto male/ come sono fatto male, ed avere di fronte una versione doppiata in italiano, con tutto lo scempio che stanno peerpetrando i doppiatori di oggi, non ha aiutato. Ma questo film, questo tentativo di raccontare (cosa?) lo spirito rivoluzionario, la stupidità dell’esercito, i meccanismi del potere, oddio sto diventando come tutti quelli che dicono gli sia piaciuto ma non riescono a dire perché – che cos’è questa storia, se la sganciamo da Vineland e proviamo a valutarlo indipendentemente? Una satira che non fa mai ridere? Un intreccio che non crea coinvolgimento e non appassiona nemmeno un istante? Un gelido tentativo di parlare attraverso Pynchon (stavolta molto piu rielaborato di quanto non accadesse con Inherent Vice, in ogni caso possiamo concludere sia un autore intraducibile, anche se tutti lo gridano da sempre – come Malcolm Lowry, vedere Sotto il vulcano per credere) di quelli che sono i temi dell’America del Trump II? I tempi del confine messicano, dei derelitti costretti a divenire criminali, della società polverizzata?

Non credo di aver nemmeno intravisto nulla di tutto ciò. Resta semplicemente il disappunto nel constatare come uno dei grandi del cinema americano contemporaneo (ma dopo Phantom Thread, per me, solo filmetti) non riesca piu a trovare una storia capace di combinarsi con il suo fulgido stile registico.

Un grande peccato.

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