Cineforum con colleghi di fine gennaio, sempre bello tornare all’esperienza della visione collettiva. Istruttivo, appassionante.
Partiamo con quello che paro paro abbiamo visto nel trailer di Sirat, per capire cosa avremmo visto: gli sfiniti dei rave, la musica che annienta, la droga compagna di viaggio, qui addirittura il paesaggio desertico di un’Africa indefinita (il Marocco è stato location, nel film si cita solo il confine con la Mauritania). Non importa dove siamo, e nemmeno chi sono queste figurine che vengono calate in un contesto di massa indistinto, che da subito imposta una visione ed un discorso politico. Ma ancora non deborda. Costruisce il suo conflitto ponendo in mezzo a quest’umanità sballata un padre e un figlio che cercano la figlia e sorella ventenne scomparsa da mesi, persa in feste di musica infinita.
I due (con cagnetto) si uniscono a due gruppi parlanti francese, attraversano col loro aiuto un corso d’acqua, condividono il cibo e il bere, si appropinquano verso zone ancora piu desolate, alla ricerca di un altro rave – forse il luogo dove si trova lei, forse una festa meglio della precedente. Alle loro spalle, intorno a loro, un’ombra minacciosa grava su questa parallela ricerca: milizie e paramilitari, forse quelle che da decenni opprimono popoli come i Sarawi, in ogni caso una tipica potenza militare che non intende far svolgere queste feste e che contribuisce ad alimentare un generale senso di pericolo.
I personaggi non vengono fuori dal dialogo, dal confronto; non abbiamo backstory, non possiamo empatizzare con nessuno. Mentre il film avanza, condito da immagini fotograficamente abbacinanti, da un ritmo e da un accompagnamento musicale che lo fanno scivolare via seppure nulla o quasi accada, non possiamo dire lo stesso degli archi narrativi, che non si affermano in alcun modo e sembrano semmai sgonfiarsi, spegnersi. Fino al turning point di poco oltre la metà del film, il dramma annunciato, a cui ne seguono altri, inutile dirlo, inutile spoilerare quali siano le vittime. Non ci sono personaggi, non ci sono nemmeno vittime o carnefici – potremmo chiosare – se non nelle pieghe di un luogo azzerato lontano dal mondo da dove, su un treno, si può solo tentare di fuggire.
Film politico fino al midollo, la cui struttura narrativa vuole contribuire all’assunto del film. Ci vediamo dentro la direzione spersa di un Occidente alle prese con una crisi di coscienza, il mistero che propone non intende schiudersi e risolversi ma restare tale. E seppure con un’ultimissima parte incerta se sposare il grottesco o restare su toni altri, fin allora ben coordinati, il film premia lo spettatore più coraggioso, così alternativo nel cinema contemporaneo, quello che cerca l’esperienza, che intende provare e magari non necessariamente capire tutto. Proprio come il raver con la musica elettronica, ballata a testa spenta come un pupazzo.
Entrambi destinati a saltare in aria.

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