THE SHROUDS, finalmente, a casa con un caro amico cinefilo. Buona copia, pessimi subs ma si seguiva senza difficoltà.
Il film presenta un buon attacco, per quanto ordinario – ci introduce al mondo e alla creazione di questo evidente alter-ego cronenbreghiano, nelle forme dell’eccellente V. Cassel (sua migliore interpretazione?). Si intuisce avremo tante piste e proposte, poco plot; si sente da subito e cresce prepotente, rapidamente, la sensazione che tutta quest’operazione, così decisamente personale ed autoriferita, sia il gonfiaggio estremo di una ideina senza troppa ciccia intorno, a cui infatti finiscono per attaccarsi tanti dettagli che vorrebbero contribuire al senso generale (la tolettatura dei cani, la coreana non-vedente, lo stile giapponese della casa di Karsh, etc). Insomma la parola domina l’azione, la schiaccia, impedisce al film di manifestarsi; intrappola anche il senso, imponendo questa crashata (nel senso del film, Crash) che presto stufa. Non perché si debba sempre e per forza avere azione, regia, entertainment – per carità, a 83 anni poi…
Permetteteci però di osservare che, peggio ancora di quant’accadeva nel precedente Crimes of the future, qui autocitazioni e suggestioni – il body horror e Videodrome, le teorie del complotto alla Existenz o Naked Lunch e le doppiezze alla Dead ringers, solo fermandoci ad un primissimo spettro di riferimenti – risultano pretestuose, fuori tempo massimo, poco calzanti ed adeguate. E noi post-boomer, già indifferenti alle perversioni di quel Crash lì, poco riusciamo a sintonizzarci col desiderio tutto teorico e personale di Karsh-Cronenberg, di assistere al disfacimento del corpo dell’amata moglie da uno schermino posto sulla lapide.
Poco da fare, ancora aspettiamo un film importante fatto da un maestro dopo i 75 anni. Iniziamo a pensare sia fisiologicamente impossibile.

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