Tra tesi incerte e magniloquenza, il capolavoro mancato di Brady Corbet

THE BRUTALIST, finalmente, arrivato il file giusto e il sabato libero nel quale “sentivo” di doverlo vedere. Bene così. Senza leggere prima o star troppo a pensare a quei pareri di gente ed amici bravi circa i tanti difetti dello script. Senza sottotitoli, ma alla fine ho capito il 90-95% dei dialoghi. Quindi possiamo analizzare.

Comincia con un piano sequenza e una grandezza che già bloccano il respiro, ipnotizzano. Bastano poche decine di minuti per capire chi abbiamo di fronte, quale eroe tragico, e che tipo di cinema e di grande racconto si intende perseguire. Si avverte da subito, nelle scelte di cast e nell’impianto narrativo, che si tratta di un film mosso da una tesi forte, conosciuta, vista mille volte: la critica ad un sistema capitalistico e nazionale americano dove il dominio del soldo si traduce in un dominio dell’uomo sull’uomo. Roba da boomers. Ma in questa prima porzione, forse anche prima dell’intermezzo, la forma cinematografica è così intensa che il flusso travolge, si resta ammaliati, da un ritmo lento ma mai arty, snob si direbbe perché profondamente convinto del proprio talento, ma anche generoso nell’offrire un’esperienza estetica immersiva abbacinante (e l’ho visto sul laptop), in una terza via mai incontrata prima tra There will be blood e uno dei tanto magniloquenti ed inguardabili Bela Tarr o Miguel Gomes o Weerasethakul che volete.

Si diceva di qualcosa che stride e puzza di tesi, partendo dalla caratterizzazione e dal casting scelti per Harrison ed Harry Van Buren. Prima il figlio poi il padre, infatti, quando irrompono nella storia alterano il registro con connotazioni macchiettistiche e forzature interpretative. Sembrano la caricatura – nel parlato, nel mondo che presentano, nei modi – del tycoon cinematografico, angelo della morte pronto a donare su un vassoio d’argento il sogno americano (ma sappiamo benissimo porterà disgrazia). Questo, ripetiamo, all’interno di una messa in scena, di interpretazioni e dialoghi, ritmo e cinema come raramente abbiamo visto negli ultimi 20 anni. Pensiamo alla doppietta magica di PTA Petroliere appunto e The master, ma – ripeto – va riconosciuto a Corbet che lui a differenza del conterraneo non ammicca, non ha speso 100-150 milioni di USD e tutto sommato si sente abbia meno debito verso i finanziatori e il pubblico. Può concedersi qualcosa in più. Stupisce che non lo faccia contro lo spettatore, semmai sia impegnato a cercare qualcosa di diverso – più vero e sincero, autentico e profondo. Bisogna riconoscere che, nel quadro di un grande racconto dalla struttura arcinota e teorica, ci riesce alla grande.

E poi dobbiamo dire di Adrien Brody, che qui raggiunge – aiutato anche dal cinema purissimo che lo sta utilizzando – un livello di mimesi e trasporto e credibilità unici. L’interprete è il film, e sono convinto che questo ruolo sarà ricordato negli anni come una delle performance attoriali più grandi della storia del cinema – pensiamo al De Niro di Taxi driver, per dire il primo di cui si è tornato recentemente a dire in concomitanza con la re-release del film in sala.

Veniamo poi al secondo grande tema proposto da “The brutalist”, e cioè quello del sionismo. Per capirci qualcosa, io che in Palestina-Israele ho vissuto per 9 anni, quindi qualcosa ho letto e visto e sentito – capito non mi permetterei, ca va sans dire – circa il diritto del popolo ebraico a tornare in Terra Santa. Ora, il film non vuole prendere una posizione. In apparenza crediamo lo faccia durante il dialogo al tavolo della cucina, strettissimi, magnifico, durante il quale Zsofia annuncia che farà aliyah e tornerà “a casa” a Gerusalemme. Laszlo scuote la testa, come faceva Mordechai Richler nel gran libro Quest’anno a Gerusalemme, replicando che si può essere bravi ebrei anche senza andare a vivere in Israele, implicitamente intendendo senza accettare i dettami del sionismo e quella pagina storica. Il tema resta come sfondo, certo, anche dialogando con l’arte brutalista, la luce dalle finestre, la forma del campo di sterminio che Toth (e tanti altri come lui – andate a fare un giro a Tel Aviv) cerca di restituire per trasmettere in materiali e forma la sua esperienza, che ha cosi profondamente segnato l’umanità. Ebbene questo tema torna prepotente in quel tanto bistrattato e bruttissimo finale veneziano, che forse merita del tempo per smettere di bollire e mettersi a significare.

Cosa ci vuole dire Corbet? Che non stia per caso, considerata la chiosa musicale di tutt’altro tenore e melodia, alludendo al prossimo sterminio che si realizzerà alla luce di questa considerazione conclusiva (importa la destinazione e non il viaggio), alla – anch’essa nota e già raccontata – “ereditarietà del male”, come il bambino vessato dal padre che non potrà far altro che vessare il proprio figlio? Erszebet defunta, Laszlo sulla sedia a rotelle, rassegnati all’umiliazione e all’assimilazione trovate negli USA – resta solo l’esempio della sionista, sul cui giovane volto, liberata e in lacrime, si apre e torna a chiudersi il film. Ma a che prezzo?

Ripeto lasciamo sedimentare, aspettiamo di tornare a riflettere su questo grandissimo film con calma, ma la sensazione è che Corbet e la sua Mona abbiano voluto mischiare le carte per lasciarci a dare una risposta solo nostra, personale, estremamente ambigua, col tempo che inizia a passare si fa sempre più forte.

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