Una unga attesa prima di vederlo, nella convinzione di trovarmi di fronte ad una cagata tanto sbandierata come nuovo sguardo-roba mai vista ma che già dal plot si poteva immaginare rimasticare modellini di varia natura per dire – a conti fatti – nulla di nuovo. E infatti il mash up mostruoso tra mille robe (le principali: Gaspar Noe, The Thing, Carrie di De Palma, estremismi alla Lynch, Wilder e via così per molto altro ancora) pare a fine visione il tratto dominante, capace di rendergli dignità al di là di una ultima parte francamente imbarazzante.
Si perché invece i tratti generali dell’opera, sospesi ed allusivi, che posizionano la storia in un altrove non definito, senza fornire riferimenti di backstory, stringendo da subito sull’oggetto d’interesse, soprattutto visivamente, sono accorgimenti che funzionano bene e presumo siano stati il motivo per il premio (generosissimo) allo script assegnato a Cannes.
Ad un primo sguardo, infatti, l’immagine si direbbe la cifra di The substance – sghemba contemporanea, impazzita, seducente. Ma non è così, è lo sviluppo della storia, secco ed essenziale, aiutato da un ottimo montaggio nei primi 50 minuti, che miracolosamente stanno in piedi senza troppo sostegno. Nel già visto, sia chiaro; nel ridondante e implacabile discorso, ai limiti del grottesco o meglio del dummies, su vecchiaia, showbiz, desiderio, forza giovanile etc etc. Anche le trovate più banali paiono brillare. Ma la seconda e ultimissima parte, come anticipato, proprio no, si porta via il film, che diviene prevedibile – e quando si ostina a non esserlo ormai è fatta, siamo già oltre la cortina di ferro del disinteresse, mi hai perso, penso ovviamente al mostro Eli-Sue che si presenta sul palcoscenico per inondare di sangue i mostri che la appellano come mostro.
Insomma, Fargeat ha tantissimo talento, e le piace far menare la gente (il fighting tra le due, a sorpresa una di fonte all’altra, mi è parso gratuito), far scorrere il sangue, dirci cose note in modo fortissimo. Ma le piace e dimostra di saper fare anche di più: il cinema. Almeno in un paio di occasioni, privata del dialogo, con in mano le sue due meravigliose interpreti e il suo occhio malato e sghembo, parola chiave, ancora una volta, sa tenerci incollati allo schermo con la bocca semiaperta. Penso in particolare alla cena mancata di Elizabeth, forse ce la farà a tornare in sé e non continuare ad affidarsi al suo giovane clone? In fondo lo sappiamo che no, è impossibile, ma l’intera sequenza viene gestita con sapienza ed incanta, nella sua semplice manifestazione.
Bravo! (da leggersi con la r moscia e l’accento finale)

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